L'appello delle studentesse e degli studenti iraniani di Biella
Quello che leggerete qui di seguito è un documento scritto a Biella, nelle stanze del campus di Città Studi, in un lungo fine settimana con i telefoni accesi sperando che squillino e che la chiamata dalla casa lontana porti notizie buone, o almeno non troppo brutte. Lo hanno scritto le studentesse e gli studenti iraniani ospiti di Biella. Ne sono passati circa quaranta negli ultimi anni. All’inizio delle lezioni a settembre quattro sono state le nuove matricole, su quindici che avevano fatto richiesta e passato la selezione. Ma in undici non hanno passato un’altra selezione, quella alla frontiera per avere i documenti per raggiungere l’Italia. Da giorni l’Iran è scosso da una colossale protesta di piazza e gettato nell’ansia e nel dolore da una sanguinosissima repressione del regime. Di questo parlano le ragazze e i ragazzi iraniani che vivono qui, ringraziando per la solidarietà e chiedendo a ognuna e ognuno di noi, ma anche alla comunità internazionale, di non tacere e non voltarsi dall’altra parte. 6aBiella ha deciso di pubblicare integralmente il loro documento, in un’edizione straordinaria e gratuita della newsletter, perché più persone possibile lo possano leggere e divulgare. Potrete incontrare molti dei firmatari del manifesto-appello sabato in piazza Santa Marta, alla manifestazione di solidarietà che Biella ha convocato.
Signor Presidente, rappresentanti dei media, distinti ospiti,
Noi, un gruppo di studenti iraniani, ci siamo riuniti qui oggi mentre i nostri cuori battono per una patria che, a migliaia di chilometri di distanza, è intrappolata nel sangue e nel fuoco.
Prima di ogni altra cosa, sentiamo il dovere morale di ringraziare il nobile popolo italiano e, in particolare, i cittadini calorosi e generosi di Biella. Durante i nostri anni di studio, Biella non è stata per noi soltanto una città universitaria, ma con la sua accoglienza è diventata una vera e propria seconda casa.
È inoltre doveroso esprimere un ringraziamento speciale alla stimata direzione di Città Studi Biella per l’incontro di oggi e per il post di sostegno pubblicato su Instagram da Città Studi. In un mondo in cui molti preferiscono chiudere gli occhi di fronte alla verità, il fatto che un’istituzione accademica rompa il silenzio è un atto coraggioso e di grande valore.
Tuttavia, oggi siamo qui per dirlo con chiarezza:
«Grazie, ma non è abbastanza».
La profondità della tragedia in Iran è tale che la semplice solidarietà verbale e le dichiarazioni simboliche non sono più sufficienti per alleviare il dolore di un popolo che, a mani nude, si trova di fronte alle armi da fuoco. Dalla nostra casa accademica ci aspettiamo un sostegno concreto, una pressione reale e una voce molto più forte.
Non siamo qui per parlare di una normale protesta civile o di disordini di piazza. Termini come manifestazioni sono inadeguati e riduttivi per descrivere ciò che sta accadendo in Iran. Quello che è in corso è una rivoluzione totale per strappare la vita dalle grinfie della morte e la libertà dalle mani dell’oppressione.
Non ci troviamo di fronte a un governo convenzionale con cui si possa dialogare secondo le regole diplomatiche: ci troviamo di fronte a un’organizzazione terroristica chiamata Repubblica Islamica, che tiene in ostaggio una nazione di 92 milioni di persone e una civiltà millenaria.
Di seguito presentiamo un rapporto documentato su questa crimine contro l’umanità, articolato in cinque capitoli.
Capitolo Primo: Uccidere la verità
Il primo crimine di questo regime è l’uccisione della verità.
Dall’8 gennaio, la Repubblica Islamica ha attuato il più grande blackout di Internet della storia moderna. Nel momento in cui vi parliamo, l’Iran è immerso da oltre 260 ore in una totale oscurità digitale. L’interruzione di telefoni, Internet e di ogni mezzo di comunicazione ha un solo obiettivo sinistro: nascondere la verità e l’ampiezza del massacro.
Questo silenzio mediatico non è casuale, ma il risultato di un piano sistematico e premeditato per eliminare i testimoni diretti, un piano già ripetuto più volte nel corso degli anni. Ricordiamo bene come, nel dicembre 2024 e nel gennaio 2025, il regime abbia preso di mira giornalisti coraggiosi e indipendenti come Cecilia Sala. Attraverso pressioni, minacce, espulsioni di reporter stranieri e l’arresto di giornalisti interni, il regime ha chiuso ogni canale di informazione. I testimoni sono stati eliminati ieri, affinché oggi potessero massacrare indisturbati, senza alcun osservatore internazionale, e imporre la loro falsa narrazione alla comunità globale.
Per noi studenti qui presenti, questa situazione rappresenta una vera e propria tortura psicologica. Da oltre dieci giorni non sentiamo la voce dei nostri genitori. Non sappiamo se i nostri cari, che abbiamo salutato solo la settimana scorsa, siano ancora vivi.
Capitolo Secondo: Il massacro del popolo iraniano
I numeri sono spaventosi, ma la realtà delle strade è ancora più sanguinosa delle statistiche. Secondo i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, che con enorme difficoltà riescono a superare la censura, nelle sole ultime due settimane tra le 12.000 e le 20.000 persone hanno perso la vita.
Ma i numeri non possono descrivere la brutalità. Permetteteci di parlare dei metodi. L’impudenza del regime è arrivata al punto di temere persino i cadaveri. Infermieri e operatori sanitari riferiscono che le forze di sicurezza fanno irruzione negli ospedali, rapiscono i feriti dai letti e sottraggono i corpi dalle obitori. In un solo giorno, 50 i corpi sono scomparse da un ospedale di Teheran — e parliamo di un solo ospedale su migliaia. Alle famiglie in lutto, per la restituzione dei corpi dei loro figli, viene imposto uno scenario inconcepibile nel XXI secolo: gli agenti del regime chiedono 15mila euro in contanti come vergognoso “prezzo del proiettile” — il costo del proiettile che ha ucciso il loro figlio — oppure le costringono a firmare false dichiarazioni secondo cui la vittima sarebbe stata un sostenitore del regime ucciso dai manifestanti. Questo serve a facilitare le condanne a morte dei manifestanti incarcerati.
I corpi vengono sepolti di notte, senza nome, senza identità e senza alcun permesso per celebrare funerali, in fosse comuni. Questo ricorda la tragedia del centro di detenzione di Kahrizak e il trasporto dei cadaveri su camion frigoriferi durante le proteste del 2009 — ma oggi su una scala molto più ampia.
Capitolo Terzo: Guerra contro la civiltà
I crimini della Repubblica Islamica non sono solo contro l’essere umano, ma contro la vita, la geografia e la storia.
Noi, come studenti di “Cultural Heritage and Creativity for Tourism”, affermiamo con profondo dolore che le azioni di questo regime costituiscono una vera e propria devastazione del territorio (Ecocide).
Guardate la recente tragedia nella città di Rasht. L’incendio del mercato storico di Rasht non è stato un incidente, ma una trappola di guerra. Le testimonianze indicano che le forze di repressione hanno circondato i manifestanti nella piazza principale. Quando la popolazione, sotto il fuoco delle armi, ha cercato rifugio nei negozi e nei corridoi intrecciati del mercato storico in legno, si è trovata senza via di fuga. Le forze di sicurezza hanno deliberatamente incendiato questo patrimonio storico. Persone indifese sono morte bruciate vive tra le fiamme che divoravano la storia della loro città e i proiettili che piovevano su di loro.
Dall’essiccazione deliberata del Lago Urmia e del fiume Zayandeh Rud, fino alla distruzione delle foreste hircaniche, ecosistemi con oltre 25 milioni di anni di storia, patrimonio naturale di valore globale, il regime ha preso di mira l’identità e l’ecosistema dell’Iran. Essi stessi hanno dichiarato più volte: «Anche se ce ne andremo, non vi lasceremo altro che una terra bruciata».
Capitolo Quarto: Mercenari stranieri e disperazione del regime
La resistenza coraggiosa del popolo iraniano ha logorato le forze repressive interne. Il regime, rimasto solo di fronte alla volontà della nazione, ha fatto ricorso a terroristi importati. Numerosi rapporti confermano l’ingresso di oltre 5mila miliziani stranieri — tra cui forze di Hashd al-Shaabi dall’Iraq e Fatemiyoun dall’Afghanistan — per reprimere la popolazione iraniana. Un governo che pretende legittimità nazionale utilizza mercenari stranieri per uccidere i propri cittadini: persone che non parlano la lingua del popolo e che non mostrano pietà per donne, bambini o anziani. Con arroganza, definiscono terroristi le loro vittime, mentre i veri terroristi sono coloro che attraversano i confini in uniforme militare per massacrare civili.
Capitolo Quinto: Responsabilità globale
Siamo profondamente delusi dall’inazione e dalla lentezza della risposta dei politici europei e della comunità internazionale. Le notizie di oggi, 19 gennaio, riguardanti l’opposizione di alcuni Paesi europei — tra cui Spagna, Francia e purtroppo anche l’Italia — all’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche, sono state una pugnalata alle spalle del popolo iraniano. I Guardiani della Rivoluzione non sono una semplice forza militare, ma il più grande cartello mafioso-terroristico del mondo.
Qui, nella culla della democrazia, ricordiamo le celebri parole del pastore tedesco anti-nazista Martin Niemöller: “Prima vennero a prendere i comunisti, e io non dissi nulla perché non ero comunista. Poi vennero a prendere i socialisti, e io non dissi nulla perché non ero socialista. Poi vennero a prendere i sindacalisti, e io non dissi nulla perché non ero sindacalista. Poi vennero a prendere gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me, e non c’era rimasto più nessuno a protestare”
Il silenzio dell’Europa oggi mette a rischio la sicurezza di Roma, Parigi e Madrid domani. Il terrorismo non conosce confini.
Questa tragedia ha colpito anche le nostre università. Piangiamo i nostri compagni di studio che sedevano accanto a noi nelle università italiane, sono tornati in Iran per le vacanze e non faranno mai più ritorno: Yasin Mirzaei, studente di geofisica all’Università di Messina, ucciso da colpi diretti durante le proteste dell’8 gennaio a Kermanshah; Nima Parsa, ex studente dell’Università di Bologna e amato insegnante di lingua italiana, morto a Teheran.
Non sono numeri: erano talenti che avrebbero potuto costruire il futuro, e che ora riposano sotto terra.
Richieste e appello all’azione
Come comunità accademica, presentiamo richieste chiare su due livelli: politico generale e universitario.
A. Richieste politiche generali (attraverso il vostro spazio mediatico):
1. Espulsione degli ambasciatori: le ambasciate della Repubblica Islamica sono centri di spionaggio e terrore, non sedi diplomatiche. Chiediamo l’espulsione degli ambasciatori e il completo isolamento diplomatico del regime.
2. Applicazione del principio R2P (Responsibility to Protect): quando uno Stato è incapace o è esso stesso responsabile del massacro del proprio popolo, la comunità internazionale ha il dovere legale e morale di intervenire.
3. Inserimento del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) nella lista delle organizzazioni terroristiche: L’IRGC non è un esercito nazionale a difesa del popolo; è, al contrario, il braccio armato principale del regime per il massacro dei cittadini iraniani e la promozione del terrorismo e del crimine a livello internazionale. Chiediamo al governo italiano di riconoscere questa realtà e di agire senza temere minacce vuote.
B. Richieste urgenti universitarie (rivolte alla Presidenza di Città Studi)
1. Sessione straordinaria d’esame per studenti impossibilitati a sostenere gli esami a causa della situazione in Iran o del grave trauma psicologico.
2. Agevolazioni per le tesi: proroga delle scadenze di discussione per l’estate 2026 fino all’inizio dell’autunno, senza penalità o nuova iscrizione.
3. Linea telefonica di emergenza: data l’interruzione totale di Internet, chiediamo un supporto anche limitato per consentire chiamate quotidiane verso l’Iran, al solo scopo di sapere se le nostre famiglie sono vive.
Conclusione
Chiediamo rispettosamente che questo incontro non rappresenti la fine del percorso. Sollecitiamo l’organizzazione di una riunione di follow-up per verificare l’attuazione concreta di queste richieste. Non chiediamo parole, ma risultati.
Viva l’Iran,
viva la libertà.
Comitato degli Studenti Iraniani – Università di Torino, Campus di Biella



