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"Non doveva succedere"

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mar 12, 2025
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Bruno D’Alfonso, ancora bambino, con il padre Giovanni, il carabiniere ucciso nel 1975 in una sparatoria con le Brigate Rosse

La parola chiave è dolore, in una storia di cinquant’anni fa che ieri, in un’aula del tribunale di Alessandria, è diventata di nuovo una ferita che brucia, come se fosse stata appena inferta, per tutte le parti in causa. Ha provato dolore Lauro Azzolini, l’ex esponente delle Brigate Rosse, già condannato per l’omicidio a Biella del vicequestore Francesco Cusano, nell’ammettere per la prima volta davanti ai giudici che sì, lui c’era in quella cascina delle campagne piemontesi dove avevano rinchiuso l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, rapito per ottenere un riscatto e finanziare così la loro attività eversiva. E c’era soprattutto fuori da quella cascina, dove rimasero i corpi senza vita di due persone: la terrorista Mara Cagol e il carabiniere Giovanni D’Alfonso. Dolore è qello che ha provato anche Bruno D’Alfonso, il figlio della vittima che all’epoca aveva dieci anni e che con le sue indagini caparbie ha fatto riaprire un caso che non aveva colpevoli.

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